{"id":1671,"date":"2018-02-09T16:45:54","date_gmt":"2018-02-09T15:45:54","guid":{"rendered":"https:\/\/prosciuttodiparma.museidelcibo.it\/spalla-di-san-secondo-storia-e-gastronomia\/"},"modified":"2019-02-25T16:17:52","modified_gmt":"2019-02-25T15:17:52","slug":"spalla-di-san-secondo-storia-e-gastronomia","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/prosciuttodiparma.museidelcibo.it\/en\/spalla-di-san-secondo-storia-e-gastronomia\/","title":{"rendered":"La Spalla di San Secondo tra storia e gastronomia"},"content":{"rendered":"<p><div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box nonhundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\"  style='background-color: rgba(255,255,255,0);background-position: center center;background-repeat: no-repeat;padding-top:0px;padding-right:0px;padding-bottom:0px;padding-left:0px;'><div class=\"fusion-builder-row fusion-row \"><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_1  fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last 1_1\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"padding: 0px 0px 0px 0px;background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-sep-clear\"><\/div><div class=\"fusion-separator fusion-full-width-sep sep-none\" style=\"margin-left: auto;margin-right: auto;margin-top:10px;margin-bottom:10px;\"><\/div><div class=\"fusion-text\"><p><em>Di Ferruccio Botti<\/em><\/p>\n<\/div><div class=\"fusion-sep-clear\"><\/div><div class=\"fusion-separator fusion-full-width-sep sep-none\" style=\"margin-left: auto;margin-right: auto;margin-top:20px;margin-bottom:10px;\"><\/div><div class=\"fusion-text\"><p>Quando leggiamo nell&#8217;Allodi (I vol., p. 309) che i &#8220;<em>chierici Giglio e Rolando, quali investiti del beneficio dell&#8217;altare di Sant&#8217;Agnese nella sottoconfessione della nostra basilica cattedrale, diedero a livello ai fratelli Lanfranco e Ubaldo un podere di 45 bifolche, nove sestari e 12 tavole, per l&#8217;annua prestazione di 4 soldi imperiali, 4 polli, 4 focacce ed una spalla&#8230;<\/em>&#8221; noi restiamo perplessi, poich\u00e9 l&#8217;atto risale nientemeno che all&#8217;8 luglio del 1184! Che si tratti proprio della spalla di maiale!<\/p>\n<p>E rispondiamo subito che si tratta specificatamente della spalla di maiale e pi\u00f9 propriamente <em>della spalla di San Secondo<\/em>. Non abbiamo che da aprire i volumi del Drei sulle <em>Carte degli archivi parmensi<\/em> e trovarvi moltissime volte citata la spalla di San Secondo come parte dell&#8217;affitto di terre, affitto pagato in natura, come da Giglio e Rolando suddetti.<\/p>\n<p>Ecco una pergamena dell&#8217;8 febbraio 1170, riportata dal Drei a pagina 305 stilata precisamente a San Secondo: &#8220;<em>In villa Sancti Secundi, juxta ecclesiam<\/em>&#8220;, come scrive il notaio Pizzolese (o <em>Puteolisius<\/em>) per ordine dei canonici Alberto e Gregorio a nome del Capitolo che aveva terre &#8220;<em>in curte Sancti Secundi<\/em>&#8221; e che le aveva da lungo tempo date da lavorare a una cinquantina di famiglie con contratto verbale, steso ora in un &#8220;<em>breve recordationis pro futuris temporibus<\/em>&#8220;, pergamena che per ben cinque volte ricorda una spalla o spalle dovute da questi contadini ai canonici della cattedrale.<\/p>\n<p>La frase che in dette pergamene spiega come il contratto steso in scrittura pubblica o notarile era gi\u00e0 in vigore da molti anni quale &#8220;<em>contratto verbale<\/em>&#8220;, ci rivela a sufficienza come l&#8217;obbligo di una o pi\u00f9 spalle in pagamento di affitto fosse dunque molto anteriore al 1100, onde la spalla stessa risulta pi\u00f9 che millenaria nella sua fama documentata in questi contratti del Capitolo canonicale o della Cattedrale parmense.<\/p>\n<p>Nel caso poi del contadino Alberto Abrici, oltre i soldi, i polli, le focacce, le noci, i carri di legna, due pasti e il terzo dell&#8217;uva e del frumento \u00e8 detto con maggior precisione &#8220;<em>et spatulam unam<\/em>&#8220;, invece del solito &#8220;<em>unam spallam<\/em>&#8221; come in tutti gli altri casi. Qualsiasi vocabolario latino che si rispetti alla voce <em>Spatula<\/em> (s. f.) tradurr\u00e0: &#8220;<em>La costa pi\u00f9 larga del petto degli animali<\/em>&#8220;, come voce in tal senso usata da Apicio, ossia dal pi\u00f9 famoso cuoco dei Romani. Ne abbiamo abbastanza per capire la differenza da <em>Spathula<\/em>, ossia spazzola usata dai tessitori invece del pettine, o altro strumento usato dai latini per mescolare farmachi ed altre cose.<\/p>\n<p>Ma altri documenti sempre conservati nel nostro Archivio capitolare e riguardanti i beni dei canonici al Pizzo di San Secondo e a Palasone parlano della spalla, come parte di pagamento di affitto o livello.<\/p>\n<p>Interessantissima al riguardo la pergamena circa le terre di Palasone, recante la data 11 febbraio 1170, e scritta presso la chiesa di Palasone, anche per i beni di San Quirico, ossia in territorio che attorno a San Secondo (potremmo dire spalla a spalla&#8230; con San Secondo) produce e consuma e commercia in modo specialissimo spalle di maiale di quella qualit\u00e0 che ormai millenaria sa deliziare i palati dei buongustai.<\/p>\n<p>In questa pergamena ben nove o dieci volte si parla di spalla o di denaro equivalente, ossia &#8220;<em>Denarium pro spalla<\/em>&#8220;. Dal che si ricava che alcuni contadini preferivano dare l&#8217;equivalente in danaro invece della spalla, da cuocersi e godersi in famiglia&#8230; Di tutte queste terre attorno a San Secondo ormai passate in propriet\u00e0 private, restavano al Capitolo e ai Consorziali le irrisorie cifre di 5-10-15 lire come legati o livelli nei fondi stessi, alle quali cifre non pagate perch\u00e9 svalutate&#8230; non restava che fare&#8230; un&#8217;alzata di spalle.<\/p>\n<p>Verdi era un appassionato della spalla di San Secondo. Egli aveva cercato anche di comperare la Rocca di San Secondo, per erigervi la Casa di Riposo per musicisti, e da una sua lettera al Conte Arrivabene abbiamo questa frase: &#8220;<em>Io non diventer\u00f2 feudatario della Rocca di San Secondo, ma posso benissimo mandarti una spalletta di quel santo<\/em>&#8220;. La lettera \u00e8 del 27 aprile del 1872 e prosegue: &#8220;<em>Anzi te l&#8217;ho gi\u00e0 spedita stamattina per ferrovia. Quantunque la stagione sia un po&#8217; avanzata, spero la troverai buona. Devi per\u00f2 mangiarla subito prima che arrivi il caldo. Sai tu come va cucinata? Prima di metterla al fuoco bisogna levarla di sale, cio\u00e8 lasciarla due ore nell&#8217;acqua tiepida. Dopo si mette al fuoco dentro un recipiente che contenga molta acqua. Deve bollire a fuoco lento per sei ore, poi la lascerai raffreddare nel suo brodo. Fredda che sia, ossia 14 ore dopo, levarla dalla pentola, asciugarla e mangiarla&#8230;<\/em>&#8220;. Dopo alcuni cenni all&#8217;Aida, Verdi torna da capo: &#8220;Dunque <em>occupati ora della spalletta e sappimi dire come l&#8217;hai trovata<\/em>&#8220;. Che a Verdi piacessero molto le spalle di San Secondo ce lo attesta anche Italo Pizzi nelle sue &#8220;<em>Memorie Verdiane<\/em>&#8220;, nelle quali afferma che Verdi sin da giovane soleva recarsi a San Secondo a mangiarne in casa di un amico, tornando poi alle Roncole ancora in carrozza con un superbo gallo a cassetta&#8230; Ma molte altre volte troviamo in altri documenti dei cenni a questo squisito prodotto del Parmense, per cui vale la pena di seguire i volumi biografici di Franco Abbiati per trarne tutti quei cenni che servono a dimostrare la preferenza di Verdi per questo rinomato prodotto che, insieme col culatello, il prosciutto e il salame di Felino forma una quadrilogia gloriosa dei prodotti suini della fertile terra di Parma.<\/p>\n<p>Emanuele Muzio, il fedele discepolo di Giuseppe Verdi, scriveva cos\u00ec dopo avere effettuato una sfacchinata a Firenze: &#8220;<em>Viaggio felice nell&#8217;andata e felicissimo nel ritorno poich\u00e9 il salame e le spalle sono passati trionfanti in mezzo a tutti i gabellieri&#8230; Alla Carossa per\u00f2 eravi un cane che annusava dietro il legno, e sicuramente che se noi non facevamo presto a partire ei ci faceva la spia<\/em>&#8220;. Anche a quel cane dal buon fiuto, dunque, piaceva la spalla di San Secondo o almeno l&#8217;osso della medesima poich\u00e9 \u00e8 risaputo che generalmente la spalla \u00e8 confezionata con l&#8217;osso nell&#8217;interno, pi\u00f9 raramente disossata.<\/p>\n<p>L&#8217;Abbiati fa notare come Verdi, che \u00e8 a Firenze per preparare il &#8220;<em>Macbeth<\/em>&#8220;, si interessa molto del salume, della spalla, e poco dell&#8217;opera trovandosi in un periodo di svogliatezza.<\/p>\n<p>Il 18 maggio 1843, scrivendo da Parma a Luigi Toccagni, Verdi dopo mille saluti ad amici e amici degli amici aggiunse: &#8220;Porter\u00f2 <em>meco la spalletta di San Secondo&#8230;<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>Durante la preparazione del &#8220;<em>Falstaff<\/em>&#8220;, nato a grande stento in molte delle sue parti, ai primi di ottobre del 1892 Boito e Giulio Ricordi si portarono a Sant&#8217;Agata con un teatrino da pupi dentro un sacco e diedero una rappresentazione dell&#8217;opera (Falstaff) in quel teatrino lillipuziano. &#8220;Si <em>fecero le ore piccole, annota l&#8217;Abbiati, e si consumarono due spallette all&#8217;uso di San Secondo. Innaffiatissime come voleva la Giarrettiera<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>\u00c8 meraviglioso osservare come questo genio trovi il tempo per regalare e insegnare gli amici il modo di cucinare un prodotto suino. Segno di precisione in tutte le cose, di pazienza, di amicizia vera che non si lascia intimorire dalla fatica di scrivere a lungo su un argomento tanto volgare o comunque secondario, secondarissimo davanti a un&#8217;opera in gestazione, a un ospedale da fondare per gli ammalati del suo Comune di Villanova d&#8217;Arda.<\/p>\n<p>Ma ecco una lettera ancora pi\u00f9 dettagliata in merito al modo di cucinare la spalla, tanto che ci pare perfino di sentire la voce della consorte Giuseppina Strepponi, la Peppina, dettare, essa cuciniera espertissima, e sorvegliante delle donne di servizio e del cuoco medesimo: Siamo nell&#8217;anno 1890, sempre in periodo di gran lavoro e preoccupazioni per la gestazione del &#8220;<em>Falstaff<\/em>&#8220;, quando scrivendo a Teresina Stolz e al &#8220;<em>caro<\/em>&#8221; Giulio Ricordi, aggiunge la ricetta per cucinare le spallette alla parmigiana. E, precisamente il 10 agosto 1890, un po&#8217; tardi per cucinare spallette che in periodo estivo non sono cos\u00ec saporite come in primavera, ma comunque Verdi le ha trovate o nella sua dispensa, dimenticate o le ha comperate da qualche contadino del posto o pi\u00f9 probabilmente comperate lui medesimo in uno dei suoi viaggi a San Secondo, col suo legno avendo a cassetta il gallo affezionato e pettoruto, ricordato dal Pizzo: &#8220;<em>Allegata a questa mia riceverete anche dalla Ferrovia due spallette uso San Secondo, che noi mandiamo una per voi e l&#8217;altra per la famiglia Ricordi. Scegliete quella che volete, ma badate che per cuocere bene la spalletta bisogna:<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><em>1) Si mette in acqua tiepida per circa dodici ore, onde levargli il sale;<\/em><\/p>\n<div><em><br \/>\n2) Si mette dopo in altra acqua fredda e si fa bollire a fuoco lento, onde non scoppi, per circa tre ore e mezzo, e forse quattro per la pi\u00f9 grossa. Per sapere se la cottura \u00e8 al punto giusto, si fora la spalletta con un curedents e se entra facilmente la spalletta \u00e8 cotta;<\/em><\/div>\n<div><em><br \/>\n3) Si lascia raffreddare nel suo brodo e si serve. Guardate soprattutto alla cottura; se \u00e8 dura non \u00e8 buona e se \u00e8 troppo cotta diventa asciutta e stopposa.<\/em><\/div>\n<p><em>Naturalmente le spallette piacevano moltissimo, e gli amici deliziati da tale saporito piatto parmense, ricambiavano regali, il pi\u00f9 possibile, degni di reggere al confronto delle spallette. In questa occasione la Stolz e Giulio Ricordi, uniti nel dono ricevuto si uniscono anche nel dono di riconoscenza e spediscono una montagna di dolci<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>Quando Verdi scrive &#8220;<em>spallette all&#8217;uso di San Secondo<\/em>&#8221; induce a pensare che in quel caso si trattasse di spallette comperate a Busseto, dove, e nei suoi dintorni, se ne confezionano di molto buone, o anche a lui regalate o portate come appendice di contratto di mezzadria o di affitto dai contadini dei suoi poderi.<\/p>\n<p>Nella vita di Mons. Vitale Loschi, che fu Vescovo di Parma dal 1831 al 1841, leggiamo che tra i cibi a tavola preferiva la spalla di San Secondo: &#8220;<em>bench\u00e9 la spalla di maiale nomata di San Secondo fusse pure la vivanda per essolui la pi\u00f9 diletta, stava contento a piccola porzione&#8230;<\/em>&#8220;, come Vescovo e come ottantenne!<\/p>\n<p>Il Molossi, dopo aver descritta l&#8217;ubicazione di San Secondo, dice: &#8220;<em>la vicinanza con tali luoghi contribuisce a renderne, quant&#8217;\u00e8, fiorentissimo il mercato che vi si tiene ogni mercoled\u00ec, massimamente di granaglie, di cui si spacciano annualmente 6.585 quintali (eravamo nel 1810-30), di porci, di buoi, di pollame, tele caserecce e cavalli&#8221;. Ma di rincalzo, dopo la cronistoria della Rocca e della famiglia Rossi, aggiunge: &#8220;Vi abbonda il bestiame bovino e porcino, di cui si fa molto traffico. I salati che si fabbricano in San Secondo riescono a perfezione: ma soprattutto hanno buon nome e spaccio le cosiddette spalle che prendono il nome dal paese stesso&#8230;<\/em>&#8220;.<\/p>\n<p>Il Malaspina (1850) alla parola &#8220;Spalla&#8221; scriveva: &#8220;<em>specie di Prosciutto ammagliato che si fa con la Spalla di maiale. Il migliore ed il pi\u00f9 celebrato di questi salumi si fa a San Secondo, borgata del Parmigiano<\/em>&#8220;.<\/p>\n<\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box nonhundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\"  style='background-color: rgba(255,255,255,0);background-position: center center;background-repeat: no-repeat;padding-top:0px;padding-right:0px;padding-bottom:0px;padding-left:0px;'><div class=\"fusion-builder-row fusion-row \"><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_1  fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last 1_1\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"padding: 0px 0px 0px 0px;background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-section-separator section-separator\" style=\"border-bottom:1px solid #8c0504;margin-left:-0px;margin-right:-0px;\"><div class=\"divider-candy-arrow bottom\" style=\"top:0px;border-top-color: #8c0504;\"><\/div><div class=\"divider-candy bottom\" style=\"bottom:-21px;border-bottom:1px solid #8c0504;border-left:1px solid #8c0504;\"><\/div><\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box nonhundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\"  style='background-color: rgba(255,255,255,0);background-position: center center;background-repeat: no-repeat;padding-top:40px;padding-right:0px;padding-bottom:0px;padding-left:0px;'><div class=\"fusion-builder-row fusion-row \"><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_1  fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last 1_1\"  style='margin-top:0px;margin-bottom:20px;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"padding: 0px 0px 0px 0px;background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  data-bg-url=\"\">\n\t\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-text\"><p><em>Tratto da: &#8220;SAN SECONDO &#8211; Arte, storia, attualit\u00e0&#8221;. San Secondo, Centro Turistico Giovanile e Amministrazione Comunale di San Secondo Parmense, 1970.<\/em><\/p>\n<\/div><div class=\"fusion-clearfix\"><\/div>\n\n\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t<\/div><\/div><\/div><div class=\"fusion-fullwidth fullwidth-box nonhundred-percent-fullwidth non-hundred-percent-height-scrolling\"  style='background-color: #f2f2f2;background-position: center center;background-repeat: no-repeat;padding-top:0px;padding-right:0px;padding-bottom:0px;padding-left:0px;'><div class=\"fusion-builder-row fusion-row \"><div  class=\"fusion-layout-column fusion_builder_column fusion_builder_column_1_1  fusion-one-full fusion-column-first fusion-column-last 1_1\"  style='margin-top:20px;margin-bottom:0px;'>\n\t\t\t\t\t<div class=\"fusion-column-wrapper\" style=\"padding: 0px 30px 0px 30px;background-position:left top;background-repeat:no-repeat;-webkit-background-size:cover;-moz-background-size:cover;-o-background-size:cover;background-size:cover;\"  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